Cinema - Palestina
Intervista con Tawfik Abu Wael
Nato nel 1976 a Um El-Fahem, la decima città palestinese in Israele,
Tawfik Abu Wael ha studiato cinema all'università di Tel-Aviv prima di insegnare deammaturgia alla scuola Hassan Arafe di Jaffa. Dopo sei cortometraggi e documentari premiati in diversi festival, ha realizzato il suo primo lungometraggio,
Atash. Selezionato alla Semaine de la Critique dell'ultimo Festival di Cannes, il film ha ottenuto il premio Fipresci. EuromedCafe ha incontrato questa giovane promessa all'Istituto del mondo arabo di Parigi, in occasione della 7ma Biennale del cinema arabo, dove
Atash ha vinto il premio speciale della giuria "Maroun Bagadi".
E' stato facile trovare i finanziamenti per il film?
No. Ho dovuto accontentarmi di un piccolo budget (circa 600mila euroa). Storicamente, è il primo film palestinese che non tratta direttamente del conflitto con Israele e che approfondisce le relazioni all'interno di una famiglia palestinese. Dunque, paradossalmente, trovare dei finanziamenti è stato un problema, soprattutto in Europa. Mi rispondevano: dov'è la guerra, dove sono i soldati? Sono comunque riuscito a fare il film con un piccolo budget, lavorando con i miei colleghi d'università. E' il mio primo lungometraggio in 35 mm, gli attori non erano professionisti. Volevo assolutamente girare a Um El-Fahem, una città palestinese in Israele, sulla "green line", e volevo che gli attori fossero di questa città. Ero convinto che li avrei trovati. A Um El-Fahem non ci sono sale cinematografiche, è terra vergine. Era difficile ma eccitante allo stesso tempo. Ho ottenuto dei finanziamenti tra glia altri dalla fondazione olandese Hubert Bals, dalla fondazione Yoshua Rabinovitch e da una televisione israeliana. Ma in Israele l'industria cinematografica è totalmente governativa, attraverso le associazioni.
Quale visione del suo Paese ha voluto esprimere nel film?
Spero che il film sarà proiettato in Israele, ma il problema è che è arabo e in lingua araba e gli Israeliani ci considerano a mala pena degli esseri umani. Noi palestinesi siamo in una situazione quasi da terzo mondo. In tutti i modi, non s'aspettavano un film così da parte mia. C'è un punto di vista colonialista sui palestinesi che impedisce di instaurare un dialogo con il pubblico europeo, il pubblico israeliano ma anche quello arabo. Se fosse stato turco o iraniano, sarebbe stato più facile da accettare. La gente vuole vedere dei film palestinesi per sentirsi in pace con se stessi, per avere la dimostrazione che i palestinesi soffrono. Si ritrovano davanti ad un film che potrebbe essere russo,italiano, di tutto il mondo, perché è un film con personaggi universali, una famiglia, un conflitto tra uomini e donne. So che il mio cammino non è facile, ma credo che i miei film sopravviveranno alla storia. Tra 100 anni saranno moplto più interessanti di altri per conoscere meglio la mia cultura. Elie Suleiman è un grande regista ma anche lui parla del conflitto con un taglio da commedia nera, cosa che gli facilita le cose. Io non esisto a causa d'Israele, esisto attraverso i miei film e non posso ricorrere a soldati e check point. va bene fare dei film in questa direzione, ma non è cinema. Come ha detto Bergman, "se non avete niente da dire, rimanete in silenzio.
Che pensa del dialogo interculturale tra l'Europa e i paesi del Sud e dell'Est del bacino del Mediterraneo?
Penso che non ci sia alcun dialogo, ma un monologo, questo è il problema. Il mio film è un dialogo che suscita delle reazioni, che fa appello al cuore e all'intelletto. Sono di cultura araba e tratto quello che mi sembra più interessante: la coscienza. Amo la metafisica, le creazioni classiche mi influenzano più di quelle moderne: la pittura, il teatro di Shakespeare. Ma vengo da una cultura molto povera, perché quella araba è attualmente un disastro. Il cinema è fatto di immagini, luoghi e storie. Abbiamo storie molto buone e luoghi (in particolare il cinema egiziano, eccelso a livello di attori e set) ma non immagini. Le nostre immagini sono prive di significato perché i migliori si esprimono con la scrittura, che si avvicina alla pittura. Sono di cultura araba, ma non ho fonti arabe in termini di cinematografia. da parte mia, mi sono creato una cultura e provo a creare delle immagini, un mio stile, a partire dalla mia esistenza, della ia vita in quanto arabo, palestinese, musulmano del Medio-Oriente. Ma le mie influenze sono Tarkovski, Shakespeare...
Fabien Lemercier