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22  09  2005

cinema - algeria

Le scelte del cinema algerino

La promozione dell'economia di mercato, da parte delle stesse persone che ieri in Algeria avevano fatto il buono e il cattivo tempo con il centralismo burocratico, va avanti di pari passo col malumore di alcuni uomini di cultura e produttori di audiovisivi. Secondo il critico cinematografico Djamel-Eddine Merdaci, il cinema in Algeria affrontava enormi difficoltà finanziarie senza trovare le risorse necessarie e sufficienti per riuscire a portare a termine un progetto. Fenomeno ancora più grave, perché inedito, nota Merdaci, il cinema ha rotto con il pubblico a causa della scarsità dei film prodotti in Algeria, dove tra l'altro molte sale sono state costrette a chiudere. Una doppia frattura che doveva portare al soffocamento di un cinema locale vittima di fattori endogeni e esogeni che l'hanno penalizzato. Il tragico ridimensionamento del campo d'espressione della cinematografia algerina non poteva avere altre alternative che un pronunciato senso di vuoto, aggravato da una apparente povertà di soluzioni. Perché era impensabile immaginare un'ipotesi di intervento che non prendesse in considerazione tutti gli elementi dell'industria cinematografica.

Come pensare, in effetti, di produrre dei film, se da una parte le risorse sono quasi inesistenti e dall'altra il sistema delle sale cinematografiche è logorato in maniera significativa: un vicolo cieco.

In casi simili è facile immaginarsi una via d'uscita. Al contrario di una soluzione salutare, in altri termini una risposta concreta a una situazione concreta, il governo di M. Ahmed Ouyahia prende l'irrevocabile decisione di procedere con lo smantellamento, tra il 1998 e il 1999, del Centre Algérien des Arts e della Industrie Cinématographiques (CAAIC), dell'Entreprise Nationale de Production Audiovisuelle (ENPA) e della Agence Nationale des Actualités Filmées (ANAF). Suggerisce poi l'istituzione di un nuovo organismo pubblico per rilanciare l'attività cinematografica.

I dervisci dell'economia di mercato, sottolinea Mohamed Chouikh, hanno deciso a un certo punto che il cinema non portava soldi e che non bisognava più sostenerlo: "Non abbiamo una cultura imprenditoriale. L'ambiente è ostile. Non c'è un laboratorio e non essendo il cinema una scienza esatta, le banche non danno il loro sostegno. Non esistono nemmeno gli sponsor. Ci sono insomma enormi difficoltà per fare film". Sarebbe stato auspicabile, sostiene Tewfik Farès, vedere la nascita di altre società di produzione.

Più esplicito, Brahim Tsaki (Histoire d'une rencontre e Les Enfants du Néon) riflette sul fatto che molti film algerini sono realizzati con soldi francesi: "E' un meccanismo perverso. Basta vedere la parabola di certi registi africani. Il regista fa un primo film molto forte e ben radicato nella sua cultura più profonda. Appena vince premi, gli aiuti (occidentali) arrivano dal nulla. Poi ecco le pressioni da parte di chi finanzia i progetti, che vuole allargare il bacino del pubblico."

Sulla questione se il cinema algerino debba la sua crisi al dismpegno dello Stato, il regista Amar Laskri (Patrouille à l'Est, El Moufid, Les portes du silence, Fleur de lotus) risponde che è un'ipotesi da tenere in conto: "Può accadere, in effetti, che lo Stato sia tentato dal chiudere un settore improduttivo che consuma le poche risorse a disposizione senza offrire una controparte. Il problema è che il cinema fa parte, che lo si voglia o no, dell'edificio culturale che fonda la personalità di questo paese".

Una identità storica e culturale che sarà ricordata ai governanti del paese, in occasione dell'Anno dell'Algeria in Francia, dai registi algerini, gli stessi che un tempo erano mobilitati contro il dominio coloniale.

Quattordici progetti sono stati selezionati. Tra questi: Les Suspects di Kamel Dahane, Mehdi d'Alger di Saïd Ould-Khelifa, Beur et margarine di Mahmoud Zemmouri, Le Vent de l'oubli di Belkacem Hadjadj, Le Soleil assassiné di Abdelkrim Bahloul, Dix millions de centimes di Bachir Derraïs, Viva Laldjérie di Nadir Moknèche o Chronique des années pub di Othmane Ariouet. Senza scordare La Voisine di Ghouti Bendedouche, Si Mohand U M'hand di Rachid Benallel e Yazid Khodja, Le Rapid d'Oran di Rachid Benbrahim, Le Clandestin II di Benamar Bakhti, film finanziati in parte nel quadro delle celebrazioni dei mille anni di Algeri. Trovano spazio anche alcuni cortometraggi: Cessez-le-feu di Ahmed Zir o Le Silence de la douleur de Yamina Kassar. Questa buona occasione è intimamente legata agli sforzi fatti, dopo la sua investitura, dal presidente Abdelaziz Bouteflika che sembra accordare un ruolo preponderante alla letteratura e al cinema nel consolidamento del sentimento nazionale.

Benché le iniziative sul rilancio del settore cinematografico siano piuttosto indefinite, quella presa dal governo per trasformare il Centre de Diffusion Cinématographique (CDC) in un Centro nazionale della cinematografia e dell'audiovisivo (CNCA) è tra le più significative.

In un contesto un po' ostile all'arte e alla creazione cinematografica e in cui regna una pesante inerzia, la decisione del ministero della Cultura di gettare le basi per una nuova configurazione del paesaggio cinematografico e audiovisivo algerino, costituisce, a parere di Mohamed Bensalah, il segno evidente del risveglio di una cinematografia troppo a lungo bloccata. Nell'esprimere il suo parere, il regista e professore universitario, pur apprezzando l'iniziativa di Khalida Toumi, ne approfitta per attirare l'attenzione del ministro della Cultura su un fatto: "La nuova ambiziosa legislazione in favore del cinema è un primo passo.

Nel superare questo primo grande ostacolo, il nostro ministro sa che non è più possibile tornare indietro. Al coraggio politico, bisogna aggiungere il coraggio di finanziare queste ambizioni". Ma anche, e soprattutto, riconciliare il pubblico con il cinema.

L'iniziativa di Khalida Toumi merita rispetto, perché il ministro si sta prodigando per inserirla tra le priorità del capo dello Stato e anche perché questa strada sembra l'approdo logico di un percorso di resistenza alla passività e alla disaffezione verso il cinema che hanno caratterizzato il passato. Una resistenza vincente visto che la determinazione del ministro ha portato recentemente a una proroga finanziaria accordata dal ministero delle Finanze e alla creazione di un Istituto di formazione ai mestieri del cinema e degli audiovisivi. Tutto questo accade proprio mentre la Cineteca algerina sta ritrovando la propria vera vocazione, ora che è stata trasformata in un moderno museo del cinema dotato di tutti i mezzi tecnici necessari per la conservazione delle pellicole.

Dopo aver testimoniato con attenzione la morte della loro arte, i cineasti algerini hanno capito bene che le immagini non devono restare intrappolate in un discorso, che non devono trasmettere moralità, ma che la loro realtà scaturisce quando il significato è immediato.

Abdelhakim Meziani, Journalist and writer - Copyright Locarno Film Festival