interviste

Kamel Dehane

Società in crisi

Presentato all'ultima edizione del Festival del film francofono di Namur, Les Suspects, une coproduzione belgo-algerina (Saga Film) è uscito nei cinema del Belgio da qualche settimana. Kamel Dehane, al primo lungometraggio di fiction, è prima di tutto un documentarista, che ha lavorato molto sulla figura dell'intellettuale militante algerino, Yatb Yacine, ma anche sul ruolo delle donne nell'Algeria di oggi. Con Les Suspects, osserva la società algerina degli anni '80, il trauma della guerra, la violenza dei rapporti di forza e la lotta delle donne, delineando il ritratto di una società in crisi e la violenza dell’Algeria degli anni '90.

Les Suspects (Gli Indiziati) è tratto dal romanzo Les Vigiles (I Vigili) di Tahar Djaout, assassinato dai terroristi islamici nel 1993.
Kamal Dehane: è stato ucciso in presenza dei suoi tre figli per aver scritto romanzi, poesie e articoli. Avrebbe potuto esiliarsi a Parigi – glielo avevano proposto quando era stato minacciato – ma non ha accettato. Non era né militare, né poliziotto, non credeva di essere seriamente minacciato. Era un pacifista integrale.

Hai dato una bella prova di amicizia; si ritrova in questa realizzazione tutto lo stile Kamal Dehane, questa volta in forma fiction: la tua rivolta, il tuo senso dell’umanità, la tua critica nei confronti dell’ipocrisia imperante.
E’ un ritorno alle mie ossessioni, ma non è più un documentario. La sola difficoltà in un documentario, è il problema del rispetto nei confronti delle persone che sono filmate; a partire da un dato momento, non si può chieder loro, per pudore, di andar oltre. Nella fiction, invece, se c’è qualcosa che mi colpisce, posso farlo interpretare da attori professionisti, che non svelano la propria vita. Se in un documentario, come in Femmes d’Alger , c’è una ragazza che confessa di essere stata violentata nel posto dove lavorava, io la filmo nascosta. In una fiction, invece, posso farla vedere apertamente.

E davvero molto efficace la scena del film nella quale un personaggio dice: nascondete quel seno che non si dovrebbe vedere… Quando penso al pudore degli islamici...
Sì, la rappresentazione è uno choc, ma bisognava farlo. Si ha il diritto di rappresentare ciò che è bello. Anche Nadia Kaci è bella ed è molto a suo agio. Rappresenta in qualche modo il desiderio, che turba perfino l’inventore.

Come si è venuto delineando il personaggio di Nadia Kaci, che non esisteva nel romanzo, nel quale c’erano solo figure maschili?
Ad un certo momento l’autore dice che si sente meglio dopo che è stato con una ragazza. Avevo notato questo particolare, che è solo un accenno. Mi sono chiesto: e se incontrasse più spesso questa ragazza? L’idea della psichiatra è venuta dai monologhi interiori del vecchio, che già erano presenti nel libro.

E’ un film molto violento, ma la violenza non è mostrata direttamente...
Ciò che m’interessa è il meccanismo. E’ forse un’affermazione presuntuosa da parte mia, ma sono affascinato da una riflessione di Fassbinder che ha detto, quando gli hanno chiesto il perché rappresentasse la Germania in quel modo, "Ciò che m’interessa è rappresentare il mondo". Voglio dire che attraverso un meccanismo si esprime un contenuto. Non voglio parlare dell’apparenza. Se avessi rappresentato la violenza in maniera troppo evidente, il pubblico noterebbe solo i numerosi e frequenti assassinii. E’ più interessante la rappresentazione di fatti sottintesi. La violenza è vissuta e subita come un fatto sociale: la gente sorvegliata, il poliziotto che interroga in modo assurdo...

Hai altri progetti?
Ho un progetto di una fiction e un altro di un documentario – che si realizzerà forse prima – sulle donne che sono state condannate a morte durante la guerra d’Algeria: ragazze che si erano impegnate nella guerra di indipendenza e che hanno ora quasi 70 anni. Vorrei realizzare un film con loro, sapere come ci vedono ora. Hanno sacrificato la loro giovinezza per noi, vorrei sapere cosa si aspettano da noi. Dovrebbe essere un film sulla memoria.

Rebiha Akriche