interviste

Amos Gïtai

Cinema e dialogo

Della guerra che insanguina Israele, stavolta preferisce non parlare direttamente. Ma per Amos Gitaï, cineasta israeliano da sempre non allineato, uomo della diaspora e intellettuale lucidissimo, parla un film, Kedma, (presentato a Cannes nel 2002). Kedma (Verso Oriente) è la nave che porta alla Terra Promessa i sopravvissuti all´Olocausto e li catapulta, dalla Bielorussia o dal ghetto di Varsavia, nello scenario brullo e desolato di un altro massacro. E´ il maggio 1948, gli inglesi stanno per lasciare la Palestina e Ben Gurion dichiara l´indipendenza. Esplode il primo di tanti conflitti arabo-israeliani rievocati in Kippur o Eden. «La guerra del ´48 è quella che segnò i confini dei territori e diede avvio all´esodo palestinese: è un caso singolare che siamo qui proprio nell´anniversario di quegli eventi, come fu un caso essere a Venezia con Berlin Jerusalem lo stesso giorno della presa del potere di Mussolini».
Sfumato e dialettico nelle risposte, è molto duro, il regista di Haifa, proprio sull´impatto mediatico dei fatti mediorientali: «I tg della sera sembrano una specie di serial televisivo, dove le vittime diventano comparse di un gioco mediatico del tutto imprevedibile».

Totnando al 2002, non ha pensato di accogliere l´appello a boicottare Cannes lanciato dall´American Jewish Congress?
E´ giusto opporsi all´antisemitismo e al razzismo, perché non bisogna ripetere le esperienze del passato, ma Cannes è un luogo di dialogo e il dialogo va comunque incrementato.

La turba il ritorno dell´antisemitismo in Europa, che lei del resto ha raccontato in anticipo sui tempi con documentari bellissimi come «Wuppertal»?
In Francia, in Olanda, in Italia assistiamo a un processo di revisione del passato, una riabilitazione di fatti che non dovrebbero ripetersi. Ma l´antisemitismo ha la stessa radice dell´odio per i palestinesi e gli europei dovrebbero rifletterci sopra.

Teme che «Kedma» sia malvisto dagli israeliani per lo spazio di dialettica che lascia ai personaggi arabi, usando tra l´altro le parole del poeta palestinese Tawfik Zayad.
Il senso critico fa parte della tradizione e della cultura ebraica: il meglio della Bibbia ha questo sapore. Amo il mio paese, dove sono tornato a vivere, e lo critico quando mi sembra il caso. Un rabbino mi scrisse una lettera di cinque pagine a proposito di Kadosh: analizzava per filo e per segno tutti gli errori del film e finiva con queste parole «e comunque non andrò a vederlo». Bene, io suggerisco di vedere i film e poi discuterne. Anche il mio paese non è monolitico riguardo ai palestinesi.

Crede che gli intellettuali israeliani siano sufficientemente schierati?
E´ importante creare un´iconografia forte del nostro paese, un cinema forte. Non solo politico, perché se un film è solo materiale politico, e non ricerca stilistica, lo considero un fallimento. Oggi ci sono alcuni giovani registi dotati di sensibilità, c´è una speranza.

E´ anche una questione produttiva? Il suo cinema, ad esempio, non esisterebbe senza soldi italiani o francesi.
Molti dei miei progetti sono stati rifiutati da produttori israeliani e hanno trovato finanziamenti altrove, ma questo non ha alterato in nessun modo la forma o il contenuto. No, non credo sia una questione produttiva, anche se il cinema deve avere una base materiale.

Per secoli gli ebrei sono stati il popolo senza storia, come scriveva il poeta Haim Azaz nel 1946. Oggi sono entrati nella storia, nel bene e nel male.
Per secoli discriminati, perseguitati e bruciati, gli ebrei non erano padroni del loro destino e non avevano sovranità. Ma dalla sovranità nasce il potere e dal potere la contraddizione e l´abuso.

Merav Yudilovitch