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Enzo MonteleoneEnzo Monteleone

"C'è un colonialismo eterno nell'atteggiamento dei paesi ricchi occidentali"

Regista e sceneggiatore italiano, Enzo Monteleone ha firmato quattro sceneggiature per Gabriele Salvatores, tra cui "Marrakech Express" e "Mediterraneo", premio Oscar 1992 come miglior film straniero. Ha girato tre film, corti e documentari. Il suo ultimo film è "El Alamein - La linea di Fuoco", su uno degli episodi chiave della Seconda Guerra Mondiale, la la battaglia svoltasi nel 1942 in Nordafrica, quando l'armata nazista subì la prima grande sconfitta e le truppe italiane furono costrette alla ritirata dagli inglesi.


Il suo cinema ha frequentato spesso i luoghi del Mediterraneo. Cosa rappresenta per lei quest'area geografica ricca di culture così diverse che si sono scontrate e compenetrate nei secoli?
Ad un certo momento della mia vita ho avuto una sensazione istintiva, di appartenere ad un territorio. A 17 anni ho fatto il mio primo viaggio da solo nel Mediterraneo. Sono andato in Grecia e mi sono sentito a casa mia più che in Italia. Quelle isole bruciate dal sole mi davano un senso di appartenenza. Poi mi sono spostato in Turchia e quindi sempre più ad Est. Non sono mai stato attratto dall'America, come molti miei coetanei, ho sentito di appartenere a quest'area geografica legata dalla letteratura, dal cibo, dalle culture, di cui fa parte il Nord Africa. Non a caso, quando ho deciso di raccontare delle storie per il cinema, una delle mie prime sceneggiature è stata "Marrakech Express", un viaggio in Marocco. Per la mia generazione significava il fascino delle casbah, fumare l'hashish, i mercatini. E poi i viaggi nel deserto, questa enorme entità, con una sua grande personalità. Le oasi, che oggi rischiano di estinguersi, sono come le stazioni di servizio di una rete stradale che collega l'Africa nera con il Mediterraneo e l'Africa araba del Nord. Tutto ciò l'ho messo in "Marrakech", in "Mediterraneo" e anche in "El Alamein". In quest'ultimo ho raccontato il contrasto tra l'immensamente grande del deserto e il miseramente piccolo rappresentato dai soldati.

Il film è stato girato in Marocco, a Erfoud. Che rapporto aveva con la popolazione locale durante le riprese?
Il Marocco è uno dei Paesi più belli del mondo, abbiamo avuto la possibilità di lavorare in un paesino di 5mila abitanti nel mezzo del deserto. Quando vai lì per girare un film, significa che porti lavoro e dunque sei visto come un amico. La gente è contenta e lavora benissimo. Un giorno dovevo scegliere delle comparse per una scena di massa. Davanti all'albergo si è formata una folla oceanica, praticamente tutta la popolazione nel raggio di 100 km era accorsa. Io avevo bisogno di 100 o 200 persone, loro erano migliaia. E' stato imbarazzante, nessuno capiva il motivo di una esclusione. Mi sono reso conto che siamo dei privilegiati. Da turisti sarà affascinante vedere le donne che a dorso d'asino vanno a prendere l'acqua al pozzo, ma non c'è niente di pittoresco, sono sicuro che loro vorrebbero l'acqua corrente in casa.

Il colonialismo europeo di un tempo influisce ancora sui rapporti tra Paesi del Mediterraneo?
Certamente. C'è un colonialismo eterno nell'atteggiamento dei paesi ricchi occidentali. Le divisioni oggi sono soprattutto economiche. L'abbandono dei villaggi e l'inurbamento hanno creato solo disperazione. basta guardare Rabat, le baraccooli che circondano la capitale. E' un problema economico, non culturale o di religione o lingua. L'ondata di euforia ed entusiasmo che era seguita alle lotte di liberazione contro il colonialismo è durata poco: regimi, massacri tra etnie diverse, in una polveriera in cui i Paesi ricchi non intervengono se non per interesse.

Lei crede che un'arte come il cinema possa favorire il dialogo?
Ci credo, anche come spettatore. Cerco di fare un cinema di contenuti ma anche visivamente emozionante. Tempo fa avevo letto di un fatto di cronaca, dei curdi morti in un container a Trieste, una tragedia come tante. Mi ero detto che era il momento di raccontare queste storie, ma ho trovato molta resistenza. Michael Winterbottom l'ha fatto molto bene con "In this World". In Italia l'unico che c'è riuscito è stato Gianni Amelio con "Lamerica", uno dei film più belli degli ultimi anni, epico, con una potenza visiva enorme.

Può raccontarci un sua esperienza diretta di dialogo interculturale?
Vivo a Piazza Vittorio a Roma, un quartiere che rappresenta un crocevia di etnie diverse. Di recente è nato un esperimento di multietnicità che si chiama Orchestra di Piazza Vittorio: è stata un'idea di Mario Tronco, percussionista degli Avion Travel, che ha messo insieme un ensemble composto di ben 15 musicisti provenienti da 11 paesi diversi e che parlano 8 lingue differenti. Le loro prove si svolgono nella cantina di una scuola. E' un tentativo riuscito di dialogo. La musica parla la stessa lingua dappertutto.

Camillo De Marco