interviste

Predrag Matvejevic'Predrag Matvejevic'

"Necessario condividere una visione differenziata"

Nato a Mostar (Bosnia-Erzegovina) da madre croata e padre russo, Predrag Matvejevic' è stato docente di Letteratura Francese all'Università di Zagabria e di Letterature comparate alla Sorbona di Parigi. E' emigrato all'inizio della guerra nella ex-Jugoslavia scegliendo una posizione "tra asilo ed esilio": ha vissuto dal 1991 al 1994 in Francia, dal 1994 lavora in Italia. Attualmente è professore ordinario di Slavistica all'Università La Sapienza di Roma, nominato "per chiara fama". Uno dei suoi libri più noti, "Breviario Mediterraneo", ricostruisce in modo narrativo la storia del Mediterraneo e dei paesi che vi si affacciano: considerato dalla critica come un "saggio poetico", un "poema in prosa", un "diario di bordo" o un "romanzo sui luoghi", una "gaia scienza" secondo lo stesso autore, questo libro è tradotto in più di venti lingue. La sua pubblicazione più recente è "L'altra Venezia".
Predrag Matvejevic' è presidente del Comitato Internazionale della "Fondazione Laboratorio Mediterraneo di Napoli" e consulente per il Mediterraneo nel "Gruppo dei Saggi" della Commissione europea.


Nel suo libro "Breviario Mediterraneo" lei descrive un mosaico ricchissimo ma pieno di contraddizioni che sembrano insanabili...
Il Mediterraneo si presenta come uno stato di cose, non riesce a diventare un progetto. La sua riva settentrionale presenta un evidente ritardo rispetto al Nord Europa, e altrettanto la riva meridionale rispetto a quella europea. Tanto a Nord quanto a Sud, l’insieme del bacino si lega con difficoltà al continente. Non è davvero possibile considerare questo mare come un ‘insieme’ senza tener conto delle fratture che lo dividono, dei conflitti che lo dilaniano: oggi in Palestina, ieri in Libano, a Cipro, nel Maghreb, nei Balcani, nell’ex Iugoslavia, riflessi delle guerre più lontane, quelle in Afganistan, quella ancora più vicina, in Iraq. Il Mediterraneo conosce ben altri, cruenti conflitti, sulla medesima costa o tra la costa e l’entroterra.
La costa sud mantiene le sue riserve, le sue diffidenze, dopo l’esperienza del colonialismo. Entrambe le rive furono molto più importanti sulle carte utilizzate dagli strateghi che non su quelle che dispiegano gli economisti. Tutto è stato ormai detto su questo ‘mare primario’ diventato uno stretto di mare, sulla sua unità e sulla sua divisione, la sua omogeneità e la sua disparità. Da tempo sappiamo che non è né una ‘realtà a sé stante’né ‘una costante’: l’insieme mediterraneo è composto di molti sottoinsiemi che sfidano o rifiutano le idee unificatrici.

Dunque l'idea di una cultura mediterranea è retorica, ipocrisia?
Non esiste una sola cultura mediterranea: ce ne sono molte in seno a un solo Mediterraneo. Esse sono caratterizzate da tratti per certi versi simili e per altri differenti. Le somiglianze sono dovute alla prossimità di un mare comune e all’incontro sulle sue sponde di nazioni e di forme di espressione vicine. Le differenze sono segnate da fatti d’origine e di storia, di credenze e di costumi. Né le somiglianze né le differenze sono assolute o costanti: talvolta sono le prime a prevalere, talvolta le altre. Il resto è mitologia. Percepire il Mediterraneo partendo solamente dal suo passato rimane un’abitudine tenace, tanto sul litorale quanto nell’entroterra. La ‘patria dei miti’ ha sofferto delle mitologie, che essa stessa ha generato o che altri hanno nutrito. Questo spazio così ricco di storia è stato vittima degli storicismi. La tendenza a confondere la rappresentazione della realtà con la realtà stessa si perpetua: l’immagine del Mediterraneo e il Mediterraneo reale non s’identificano affatto. Un’identità dell’essere, amplificandosi, eclissa o respinge un’identità del fare, mal definita. La retrospettiva continua ad avere la meglio sulla prospettiva. Ed è così che lo stesso pensiero rimane prigioniero degli stereotipi.

Cosa sta facendo l'Europa per migliorare il dialogo?
I parametri con i quali al Nord si osservano il presente e l’avvenire del Mediterraneo non concordano con quelli del Sud. Le griglie di lettura sono diverse. La costa settentrionale del ‘mare interno’ ha una percezione e una coscienza differenti da quelle della costa che sta di fronte. Ai nostri giorni le rive del Mediterraneo non hanno in comune che le loro insoddisfazioni. Il mare stesso assomiglia sempre di più a una frontiera, che si estende dal Levante al Ponente per separare l’Europa dall’Africa e dall’Asia Minore.
Le coscienze mediterranee si allarmano e, ogni tanto, si organizzano. Le loro esigenze hanno suscitato, nel corso degli ultimi decenni, numerosi piani e programmi: le Carte di Atene, di Marsiglia e di Genova, il PAM (Piano d’Azione per il Mediterraneo) e il Piano Blu di Sophia Antipolis che proietta l’avvenire del Mediterraneo ‘all’orizzonte del 2025’, le Dichiarazioni di Napoli, Malta, Tunisi, Spalato, Palma di Maiorca e, tra le tante, le Conferenze euromediterranee di Barcellona, Malta, Palermo, i Forum della società civile a Barcellona, Malta e da ultimo a Napoli. Simili sforzi, lodevoli e generosi nelle intenzioni, stimolati o sorretti da commissioni governative o da istituzioni internazionali, non hanno conseguito che risultati limitati. Questo genere di discorsi in prospettiva sta ormai perdendo ogni credibilità.
Il Mediterraneo ha affrontato la modernità in ritardo. Non ha conosciuto il laicismo lungo tutti i suoi bordi. Per procedere a un esame critico di questi fatti, occorre prima di tutto liberarsi da una zavorra ingombrante. Ciascuna delle coste conosce le proprie contraddizioni, che non cessano di riflettersi sul resto del bacino e su altri spazi, talvolta lontani. La realizzazione di una convivenza in seno ai territori multietnici o plurinazionali, lì dove s’incrociano e si mescolano tra loro culture, tradizioni diverse e religioni differenti, conosce proprio sotto i nostri occhi uno smacco crudele.

Cosa si può fare allora per creare una cultura comune e alternativa?
Mettere in atto un progetto di elaborazione di una cultura intermediterranea alternativa non pare imminente; ‘condividere una visione differenziata’ è meno ambizioso, ma non più facile da realizzare. Tanto nei porti quanto al largo ‘le vecchie funi sommerse’, che la poesia si propone di ritrovare e di riannodare, sono spesso state rotte o strappate dall’intolleranza o dall’ignoranza. Questo vasto anfiteatro per molto tempo ha visto sulla scena lo stesso repertorio, al punto che i gesti dei suoi attori sono talvolta noti e prevedibili. In compenso, il suo genio ha saputo in ogni epoca riaffermare la propria creatività, rinnovare una tipica fabulazione che non è uguale a nessun’altra. Occorre perciò ripensare le nozioni superate di periferia e di centro, gli antichi rapporti di distanza e di prossimità, i significati dei tagli e degli inglobamenti, le relazioni delle simmetrie a fronte delle asimmetrie. Non basta più osservare queste cose unicamente in una scala di proporzioni o sotto un aspetto dimensionale: possono essere considerate anche in termini di valori. Certe concezioni euclidee della geometria hanno bisogno di essere superate. Le forme di retorica e di narrazione, di politica e di dialettica, invenzioni del genio mediterraneo, sono state adoperate per troppo tempo e talvolta appaiono logore, scontate, obsolete. "Il Mediterraneo esiste al di là del nostro immaginario?" ci si domanda al Sud come al Nord, a Ponente come a Levante. Eppure esistono modi di essere e maniere di vivere comuni o avvicinabili, a dispetto delle scissioni e dei conflitti che vive o subisce questa parte del mondo.

Qual è secondo lei l'immagine che meglio simbolizza il Mediterraneo e le sue vicende?
E' certamente Venezia, che comprime e condensa tutta la storia del Mediterraneo, che simbolizza il Mediterraneo che affonda, che si perde, un Mediterraneo che ha perduto la sua centralità, così come Venezia ha perduto la sua egemonia.

Defne Gursoy