interviste

Jean-Claude CarrièreJean-Claude Carrière

"Le barriere culturali sono molto difficili da abbattere quando sono invisibili"

Personalità dalle mille sfaccettature, Jean Claude Carrière ha sempre dato prova di una particolare ricettività alle diverse culture di tutto il mondo. Sceneggiatore feticcio di Luis Buñuel dal 1964 al 1976 (Bella di giorno, La via lattea, Il fascino discreto della borghesia, Il fantasma della libertà, Quell'oscuro oggetto del desiderio) ha lavorato anche per Louis Malle, Milos Forman, Volker Schlondorff, Andrzej Wajda, Jean-Paul Rappeneau e Nagisa Oshima. Ma il suo eclettismo lo ha proiettato anche nell'universo teatrale, nel quale il binomio con Peter Brook si è imposto dal 1974 sulle scene con successi come Il Mahabharata (1985), La tempesta (1991), fino a La morte di Krishna (2002). Una carriera d'una ricchezza eccezionale completata da numerose altri lavori di adattamento e per il piccolo schermo, oltre a una ventina tra romanzi e saggi. Attuale vicepresidente della SACD (società francese degli autori ed compositori) questo erudito saggio nato nel 1931 continua a percorrere l'universo degli uomini, dello spirito e delle culture con una curiosità inesauribile e la voglia di far conoscere e condividere senza barriere le ricchezze della creatività.


Attraverso le sue opere e le sue prese di posizione, lei è sempre stato uno strenuo difensore della diversità culturale. Qual è il suo concetto di dialogo interculturale?
E' un'attività naturale. La nozione stessa di cultura è diversa: non c'è una cultura uniforme. Nell'uniformità non c'è cultura, non c'è pensiero, iniziativa, niente di personale, nessuna emozione e soprattutto non c'è la risata. La cultura è per definizione (come affermano gli etnologi) diversità. Ed essa deve confrontarsi, porsi a fianco delle altre culture, e qualche volta scontrarsi. Uniformare la cultura è una assurdità, è impossibile.

A che punto è la comprensione reciproca tra i Paesi d'Europa e quelli del bacino del Mediterraneo del sud e dell'est?
Un po' meglio di due secoli fa. Per troppo tempo, il dialogo è stato un monologo a senso unico. Noi consideriamo gli altri popoli come meno avanzati di noi, non soltanto tecnologicamente, ma anche intellettualmente e moralmente. Dunque pretendiamo di portar loro non soltanto buona tecnologia ma anche il verbo. Questo concetto della missione civilizzatrice dell'Europa è andato in pezzi tempo fa e non è ancora stata rimpiazzato da un dialogo equilibrato tra i Paesi. Ma siamo sulla buona strada, anche se il cammino sarà molto difficile. Per fare un esempio, quando con Peter Brook abbiamo adattato il Mahabharata indiano, vent'anni fa, era una novità assoluta. Una grandissima opera della storia dell'uomo era completamente sconosciuta in Europa e in generale in Occidente. Le barriere culturali sono molto difficili da abbattere quando sono invisibili. Per secoli abbiamo esportato nel mondo intero Shakespeare, Mozart e Picasso, ma gli Shakespeare, i Mozart e i Picasso degli altri hanno trovato immense difficoltà ad entrare nella nostra sfera culturale. Ricordo sempre una frase molto bella che mi ha detto una volta Buñuel: "Quanti Hemingway sono nati in Paraguay!".
Senza i dollari e i cannoni americani non ci sarebbe stato nessun Hemingway. I problema principale è che non possiamo sviluppare gli scambi culturali senza innalzare il tenore di vita, senza considerare gli altri come noi stessi. Nel campo culturale, uno dei pericoli maggiori è il sentimento personale di egemonia, di superiorità. E' pericoloso dovunque. Militarmente, porta alle invasioni naziste, allo sterminio degli ebrei... E nel campo culturale, conduce allo sterminio degli uomini.
Ci si può quantomeno rallegrare degli sforzi di tanta gente negli ultimi due secoli. I primi orientalisti francesi nel XIX secolo (Burnous per esempio) hanno fatto un enorme lavoro per far conoscere quelle culture. Ma è un lavoro spesso individuale. Niente è mai dato per scontato, bisogna continuare a lavorare.

L'arte e gli artisti sono dei trait d'union, dei motori di questo dialogo interculturale che va sviluppandosi?
Contiamo molto su di essi. Non abbiamo bisogno di armi, di bombardieri, sommergibili o bombe atomiche. Si tratta di fare lo sforzo che abbiamo fatto con Peter Brook e tutto il nostro gruppo. A questo noi possiamo servire, a provare a mostrare la strada alla gente che ci circonda, stimolare la curiosità. La cosa da fare è andare a cercare presso gli altri quello che hanno di meglio e portarlo a casa.

L'immagine, in particolare il cinema, può avere un ruolo decisivo nel miglioramento del dialogo?
Il problema del cinema e dell'immagine in movimento in generale è stato all'origine, come tutto del resto, un problema tecnico. E' un'invenzione occidentale, americano-europea. Dunque, perché gli altri Paesi sviluppino un loro cinema, mostrino le loro immagini, bisogna che accettino la tecnologia occidentale. E questo non è mai stato facile. Soprattutto nei Paesi musulmani, nei quali la rappresentazione dell'essere umano è proibita, comunque non raccomandata, eccetto per gli sciiti. I cineasti d'espressione sunnita trovano difficoltà a trovare nel loro passato gli stessi riferimenti pittorici che abbiamo noi. Quando un cineasta parigino visita il Louvre trova la storia dell'inquadratura. Tutti i grandi pittori del passato hanno lavorato sulla nozione di luce, di inquadratura, veduta e piani. Ad un regista algerino manca tutto ciò. E' un'enorme massa di conoscenze e ricordi. Detto questo, una volta che è stato superato l'ostacolo dell'acquisizione tecnica (che ha preso circa un secolo) vediamo che gli altri Paesi (per esempio l'Iran di venti anni fa) possono arrivare ad utilizzare le nostre tecniche, assimilandole totalmente nelle loro radici, e dare un'immagine di se stessi che noi non riusciremmo a dare.
Il rovescio della medaglia consiste nel fatto che economicamente l'Occidente anglosassone si sforza di eliminare tutte le altre forme di cinema nel mondo, visto che considera il cinema un prodotto e lo difende commercialmente. Per i popoli africani, ad esempio, è sempre più difficile fare film, ancora più difficile di 20 o 30 anni fa. C'è da fare un grosso sforzo. Cos'è un popolo senza immagini? Un popolo che non è più capace, in un mondo d'immagini, di dare l'immagine di se stesso è ancora vivo o rischia piuttosto di scomparire?

Fabien Lemercier